Parliamo di... "I libri per...?"
- Lo Scisma
- 22 ore fa
- Tempo di lettura: 3 min

Disclaimer: questa non è una recensione! Bensì un pensiero che condividerò con chi vorrà leggerlo.
Recentemente mi sono fermato in libreria e ho trovato Arrivano i mostri di Don Whittington, pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer nella collana “Narrativa Junior” (edizione 1998). Non ho sentito odore di capolavoro, per carità, però ho fatto quello che facciamo tutti quando abbiamo tra le mani un libro da cui sembra uscire un “qualcosa”: ho letto l’inizio. E mi ha colpito.
C’era quel tipo di accattivante che cerchi quando in libreria pensi: “Ho voglia di qualcosa di diverso, stavolta”. Il problema è che era un volume avanzato della serie, e io sono fatto male: l’ho comprato e ho iniziato subito la caccia al primo. Fortuna vuole che io l'abbia trovato su eBay a un prezzo stracciato… e così ho cominciato la lettura di Attenti al lupo mannaro! (Sperling & Kupfer, “Narrativa Junior”, 1996).
Da lì ho seguito Broccoli Poe e il suo nuovo amico dentro una storia che non perde tempo a chiedere permesso: sedute spiritiche, oggetti impossibili, salti temporali, e quell’aria da avventura che ti prende per il polso e ti trascina avanti. Però ne devo parlare, perché mentre sfogliavo quelle pagine di un libro “per ragazzi” (lo dice già la collana: “Narrativa Junior”), mi si è infilata in testa una domanda più grande : Quando un libro diventa “per adulti”? Cosa hanno di diverso i libri per ragazzi e i libri per adulti?
La risposta che mi sono dato è: dipende da cosa ci chiediamo noi.
Mi spiego.
Nel libro Broccoli Poe e il suo nuovo amico fanno una seduta spiritica. L’altro accetta la cosa. Nel libro Broccoli Poe ha una macchina del tempo in casa. L’altro accetta la cosa. Viaggiano nel tempo, e l’altro accetta il fattore. Non voglio scendere nella psicologia infantile (non è quello il punto), quello che mi interessa è come la storia consegna l’assurdo al lettore.
L’amico di Broccoli Poe, certo, si fa delle domande. Ma nella narrazione quelle domande sono piccole, veloci, quasi ininfluenti: non perché siano “sbagliate”, ma perché devono lasciare passare la trama. Per far proseguire l’avventura, a un certo punto il personaggio accetta. E quando il personaggio accetta, anche il lettore accetta.
Mi sono messo nei panni di un ragazzo che si avvicina a storie del genere: quegli eventi ci darebbero da domandarci qualcosa, sì, ma se anche il protagonista supera i dubbi alla svelta, allora li superi alla svelta pure tu. È un patto di lettura chiarissimo: “non fermarti troppo, fidati, vieni avanti”. E così la storia può correre, e tu corri con lei.
Un adulto, invece, spesso pretende un altro attrito. Non necessariamente una trama “diversa”, ma una trama in cui il personaggio si pone più domande, resta più a lungo nell’incredibile, ha bisogno di mettere in questione ciò che vede, e non archivia l’assurdo come una formalità narrativa. Vuole conseguenze, non solo eventi.
E (a parer mio) è lì che si divide quell’angolo di letteratura: un libro “per ragazzi” smette di essere tale quando le risposte che vogliamo dal libro aumentano. Quando non ci basta più che la storia proceda: vogliamo capire come regge, quanto pesa, e cosa cambia dentro chi la vive.
Allora la domanda non è più “i libri per ragazzi o per adulti?”, ma: i libri per quale tipo di lettore, in quel momento della vita?




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