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La creatura

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Illustrazione di Nadir Rubini

L'appartamento all'ultimo piano è libero. La sua porta si apre.

Sole.

Dalla tromba delle scale si alza un grido. La creatura ha spalancato la bocca; decine di voci, spinte fuori da decine di corpi, hanno pronunciato la stessa parola.

 

Mamma si è appena svegliata. Allunga le mani verso il bicchiere sul comodino. 

Lo crede pieno del succo di mele che beveva da bambina, quando la sua vita era tinta dal verde dei prati.

Io le mele non so che sapore abbiano. Ho mangiato solo una caramella, tanti anni fa, che dicevano ne avesse il profumo.

È acqua, le dico. 

Mamma afferra il bicchiere che le avvicino, ma non beve.

Si è liberato l’appartamento all’ultimo piano. Vieni, vieni a vedere la luce!

Il suo viso si apre, scostati i lunghi capelli dalla fronte, e mi guarda.

 

Sole.

Ne sono usciti due raggi, due brevi raggi; uno staccato di luce. Tocco, buio, tocco, buio. Scivolano di piano in piano. Se la mamma si lasciasse accompagnare alla porta, li vedrebbe anche lei.

Deve toccare a noi questa volta, la rassicuro. 

Lei scuote la testa. Non ci crede.

Essere la più anziana non serve, mi risponde, essere silenziosa, obbediente, lavorare, sperare, in silenzio, non ha aiutato quelli che sono morti laggiù, da soli.

Le sue mani si stringono, dopo aver posato il bicchiere ancora colmo.

Domani sapremo, le dico.

La porta dell’appartamento all’ultimo piano si chiude e l’intero palazzo trema; la scossa attraversa le pareti esterne e interne facendo vibrare i mobili, i lampadari, i piatti nella credenza. La creatura ha iniziato a smembrarsi e ogni corpo scivola di nuovo nella tenebra. 

Immagino i sessanta piani da salire a piedi, io con lei aggrappata alla mia schiena, e i raggi che piovono sulla nostra pelle sottile, che ci lucidano i capelli e ci inumidiscono gli occhi. 

 

Domani è già arrivato e la creatura è ferma, muta. Come lei, attendo il verdetto. 

Il padrone parla dal piano terra e la sua voce rimbomba, insieme al fruscio della carta. Il nome del prescelto è scritto sul foglio che agita verso i nostri occhi.

Io. 

io. 

IO.

Non è un grido, questa volta, è un mormorio continuo, una preghiera in cui le vocali si allungano, si accorciano, in cui i denti battono, le lingue schioccano. 

Io. 

io. 

IO.

Penso a mia madre, rimasta in casa, e al suo desiderio di trasferirsi all’ultimo piano con mio padre. 

Non è per me, che a questo buio e questo tanfo di chiuso mi sono abituata; ma perché a lui un po’ d’aria fresca farebbe bene.

Così diceva, e con le labbra vicine all’orecchio di papà mormorava altre cose che non sentivo. 

Fernanda e Ottavia.

Il padrone scandisce i nomi di cui sento solo le a che stridono contro l’invadente Io. io. IO. 

Poi lui si muove, mi raggiunge, e poggia le lunghe chiavi argentate sul palmo della mia mano. 

Siamo noi.

 

Mamma, mamma, l’appartamento è nostro!

Faccio suonare le chiavi di fronte a lei; lei fa suonare le lacrime nei suoi occhi. 

Come ci arrivo lassù?

Ti ci porto io. 

No, è da matti!

Vuoi che restiamo qui?

No, ma…

E allora non c’è altra soluzione?

La creatura non aiuta; le decine di corpi che la compongono stringono ciascuno le proprie mani per scaldarsi, mai quelle dell’altro. 

Dobbiamo provarci. Dobbiamo riuscirci. 

E salire sessanta piani, io e lei, poi scendere, io sola, per portare le valigie, poi salire di nuovo, io e le valigie, poi raccogliere lo spettro di mio padre, la sua memoria e ripartire insieme, più veloci e leggeri, io e lui.

 

La creatura ci osserva in silenzio. 

Io. 

io. 

IO.

Le lingue si mordono, sfiorano le labbra; il fiato ride fra i denti, la rabbia monta e sfiata.

Mia madre fatica ad aggrapparsi, a fidarsi; trema, atterrita al pensiero che possa cadere e che, cadendo, finisca per trascinare a terra anche me. Giù, nella tromba delle scale, verso il nulla.

Ti ricordi quando costringevo papà a prendermi sulle sue spalle?

Se no non mangio, brontolavi.

Il pensiero del passato le dà forza; saliamo, insieme, dieci gradini, poi inizia a dibattersi.

Mettimi giù.

Le sue gambe sono steli di fiori recisi: senza qualcosa che le sostenga, non reggono il proprio peso. Le afferro con più forza.

Ricorda papà, le dico. Pensa al sole. Pensa al profumo del vento.

Saliamo altri sei gradini, che diventano dieci, e venti; tre piani si stendono davanti a noi. 

La creatura sogghigna non appena ci fermiamo.

Avanti!

È mia madre a spronarmi, adesso.

L’uomo che ride è un uomo pericoloso, mi mette in guardia. 

Frase vecchia, che si porta dietro più di una memoria sgradita. Il padrone è uno di quegli uomini: l’ultima sua risata è coincisa con la consegna del mio nuovo contratto di lavoro, aumentato di venti ore a settimana. Era il primo anniversario della morte di mio padre.

Il corpo di mamma non pesa quanto il ricordo delle sue guance in fiamme, delle sue lacrime, dei fogli tra le sue mani. 

Due piani ancora e un’altra pausa. I gradini sembrano sollevarsi, le mie gambe tremano. Mi aggrappo al passamano e la creatura si sporge insieme a me. La bocca aperta si è chiusa su qualcosa di croccante, producendo un suono che mi fa rabbrividire. 

Crac. Crac.

Mia madre bussa sullo spazio tra le mie scapole, nel punto in cui, da bambina, agganciavo un paio di ali di carta. A dieci anni avevo visto un uomo gettarsi nella tromba delle scale. Se solo avesse avuto le ali, pensai allora, si sarebbe salvato, e decisi di costruirmene un paio. Non le ho mai usate.

Riparto. Altri tre piani, senza rallentare. 

Ce la facciamo, mamma.

 

Crac crac.

Io. io. IO.

Ah. Ah. 

La creatura mastica, grida, ride. 

Siamo arrivate al quarantesimo piano, quello da cui l’uomo si è tuffato, braccia avanti e gambe unite, come nelle acque fredde dell’oceano. 

Le ginocchia iniziano a cedere, i muscoli a dolere, il corpo di mia madre a raddoppiarsi e quello della creatura a occupare tutto lo spazio intorno a noi.

Ricorda papà, dico a me stessa, com’era da giovane; ricorda le sue dita agili sulle pedine della dama, il suo vincere che diceva essere tuo al primo singhiozzo, le canzoni con cui ti addormentava.

La creatura non ha memoria, vive nel presente, e il presente siamo soltanto io e mia madre su una scala che si deforma, che sembra prendersi gioco delle nostre speranze.

Ce la fai, figlia mia?

Sì, non temere.

La creatura deve sentire la mia schiena che si spezza, il mio fiato sempre più corto. Gli occhi velati dalla stanchezza mi hanno fatto mancare il gradino un paio di volte, mettendo a rischio il nostro sogno e la nostra vita.

Allora le ho scorte: due facce sfigurate sono uscite dal buio per un istante.

Sole.

Ho guardato oltre, rigirandomi quella parola nella mente, cercando l’equilibrio tra le sue lettere.

Mettimi giù, prenditi un momento di respiro, dice mamma.

Ho la vista ancora appannata e un misto di fame e nausea che mi morde lo stomaco. 

Va bene, fermiamoci.

Mamma è seduta e io mi chino su di lei; poi mi stendo poggiandole la testa sul petto. 

Che cosa vorresti mangiare stasera? Chiede.

La zuppa di ceci al rosmarino, quella che piaceva a papà.

Non abbiamo il rosmarino.

Potremmo farlo crescere in un vaso?

Se ci danno la terra. Certo non stasera.

No, non stasera. Solo i ceci andranno bene.

La nausea è passata ed è rimasta la fame. Mi rimetto in piedi, mi carico mamma sulle spalle e ripartiamo. Ignoro quante ore siano passate e quanti gradini abbia salito, perché ogni piano ne ha un numero diverso. Inizio a contarli ora.

Uno, due, tre, quattro. Un vaso in cui far crescere il rosmarino. Cinque, sei, sette. Le finestre da cui far entrare il sole. Otto, nove, dieci, undici. La cornice con la fotografia di mio padre messa sul davanzale. Dodici, tredici. Una nuova sedia per mamma, e un nuovo letto, più comodo. Per me soltanto il cielo, bianco di nubi, azzurro, squarciato dalle saette.

Io. io. IO.

Una voce, cupa, ha preso il controllo delle altre. Più che un grido, è un tuono che assorda. Quattordici, quindici. Il pavimento del pianerottolo ha una crepa in cui inciampo.

Io. io. IO.

Muovo le braccia, le gambe, frullo cercando di aggrapparmi all’aria. 

IO. IO. IO.

Mi sarebbero servite adesso le ali.

Ottavia!

Mia madre è caduta. Io sento il peso di decine di mani che mi frugano, che affondano nelle mie tasche, nei miei capelli, fino in fondo alla mia anima. Poi mi lasciano andare e precipito giù, gradino dopo gradino, quindici, quattordici, tredici, dodici, undici…

Ah, ah!

Le chiavi suonano nella corsa verso la luce.

 

Sole.

Dall’appartamento viene fuori un raggio luminosissimo. Il mio braccio, che si allunga nel vuoto, lo sfiora. Lo sento caldo sul viso, più del sangue.

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